Depressione Post Partum Come Uscirne

Uno dei possibili ostacoli che le neomamme possono trovarsi ad affrontare è la Depressione Post Partum o Peripartum come meglio definita dal DSM 5, l’ultimo manuale per la definizione e diagnosi dei disordini psicologici. E’ stata modificata la denominazione, da “post partum” a “peripartum” poiché ci si è accorti che una serie di disturbi dell’umore possono iniziare già durante la gravidanza, mentre fino ad ora venivano collocati solo nei mesi successivi al parto.

Differenza tra depressione post partum e baby blues

Ma di cosa si tratta esattamente? E’ un disturbo transitorio , quasi “normale” o c’è da avere la massima attenzione se si presenta?
Piano piano che andremo avanti con l’articolo le risposte a queste domande saranno evidenti, è però fondamentale fare una premessa per distinguere la depressione post partum dal “baby blues”, una condizione di calo dell’umore, pianto, malinconia, fisiologica che si verifica in tantissime mamme ( anche il 60-70%) nei primi giorni dopo il parto. E’ legato in gran parte alle repentine modifiche ormonali che si verificano nella donna dopo il parto, e si risolve spontaneamente nel giro di pochi giorni ( al massimo un paio di settimane).

La depressione post partum , invece, si presenta successivamente anche uno o più mesi dopo il parto e riguarda, generalmente il 10-15% delle donne. Cerchiamo di capire meglio in cosa consiste.

SINTOMI

I sintomi maggiormente ricorrenti in chi soffre di depressione post partum sono i seguenti, e devono essere presenti almeno 5 contemporaneamente e durare per un periodo di almeno 15 giorni:

  • Tristezza, umore depresso
  • Stanchezza per la maggior parte del giorno
  • Perdita di interesse, assenza di sensazioni piacevoli
  • Perdita di interesse per il bambino
  • Agitazione, irrequietezza
  • Modifiche nel sonno e nell’appetito
  • Sentimenti di autosvalutazione o sensi di colpa
  • Ridotta capacità di concentrazione
  • Ricorrenti pensieri di morte/suicidio
  • Ansia o panico immotivati ed eccessivi inerenti alla cura o la salute del bambino

CAUSE

E’ molto probabile che via siano diverse variabili che incidono nella comparsa di un evento depressivo post partum. Sicuramente c’è una componente fisiologica dovuta sia agli stravolgimenti ormonali, sia alla fatica del parto stesso, a volte vissuto come un vero e proprio evento traumatico.
In secondo luogo ci sono fattori psicologici, relazionali e sociali.

Il fattore psicologico più rilevante è verificare se la donna abbia già avuto in passato episodi di depressione o di forti problemi ansiosi, se ciò è avvenuto la probabilità di avere difficoltà depressive nel post parto è maggiormente elevata. Altri fattori psicologici, relazionali e sociali importanti sono: aver avuto un parto complicato, aver vissuto eventi stressanti nei mesi precedenti al parto, condizione di solitudine ( ragazza madre) , difficoltà economiche, condizione sociale svantaggiata, relazione di coppia conflittuale, mancanza di una rete di sostegno, difficile esperienza con il personale ospedaliero, complicazioni post parto nella madre o nel bambino.

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Ovviamente non è detto che chi vive uno o più di questi fattori debba necessariamente sviluppare una depressione post partum, è solo una componente che rende la persona maggiormente predisposta.
Potremmo anche dire che sia la gravidanza che il parto, pur essendo eventi naturali e fisiologici, sono comunque uno stress per il corpo e la mente di una donna e, come tutti gli eventi stressanti mettono l’equilibrio della persona sotto pressione. Se l’equilibrio è buono e stabile ci può essere una migliore risposta allo stress.
Laddove, invece, ci sono già dei piccoli o grandi squilibri nel benessere fisico e psicologico, un evento così forte come il parto potrebbe tendere ad amplificarli, per questo aver avuto già episodi di ansia forte o depressione viene considerato un buon predittivo della possibilità di vivere esperienze di depressione post partum. Per fare un’ analogia potremmo paragonare il parto ad un forte temporale che non è altro che un evento della natura, magari forte, ma non distruttivo in sé, nessuna casa normalmente viene allagata da un temporale . Se però il tetto della nostra casa ha già qualche crepa , dei buchi o è molto usurato allora l’acqua potrebbe filtrare in esso e allagare la casa o far crollare il tetto.

E’ proprio per il fatto che c’è un collegamento con fattori psicologici della persona precedenti al parto che si è modificata anche la dicitura definendola depressione “peripartum” in modo da poter considerare e monitorare come significativi anche episodi depressivi più o meno forti che avvengano durante la gravidanza, intervenendo con tempestività e accompagnando con un supporto specifico la donna da subito si potrà, infatti, evitare di trascinare il problema per troppo tempo rischiando che esploda dopo il parto.

Come si comportano le donne con depressione post parto

Nella Terapia Breve Strategica si parla di “tentate soluzioni” in merito a tutte quelle azioni che una persona mette in atto per cercare di risolvere una difficoltà che però non portano a soluzione del problema, e poiché non lo migliorano, in realtà contribuiscono a rendere il problema stabile se non , in molti casi, a peggiorarlo.
Vediamo i modi più frequenti in cui le mamme provano a gestire la situazione di difficoltà derivate dalla depressione post partum.

Mascherano il problema

questa forse è la tentata soluzione più specifica di questo disagio psicologico e anche quella più insidiosa perché , se ben messa in atto, non permette a chi sta intorno di comprendere bene la gravità del problema in corso e scambiarlo per normale stanchezza dovuta ai ritmi del sonno irregolare del bambino.

La donna , infatti, può tendere a mascherare o minimizzare i sintomi della depressione post partum per un senso di vergogna o inadeguatezza di fronte all’idea culturalmente diffusa che una neo mamma dovrebbe essere felice per la nascita di suo figlio, che non dovrebbe pensare a se stessa ma principalmente ai bisogni del piccolo, che la stanchezza è normale e tutto passa con il tempo.

La mamma in difficoltà può davvero sentirsi a disagio a confessare le sue emozioni, a se stessa e agli altri, così diverse da quelle che pensa di dover provare e cercare di risolvere questo senso di colpa e vergogna mascherandole. Ovviamente questo tentativo non risolve affatto il problema, anzi lo complica poiché più la mamma si chiude in se stessa, più evita di accogliere le emozioni che prova, più esse diverranno ingestibili, da una parte e si perderà del tempo prezioso per iniziare ad intervenire sul reale problema depressivo.

Delegano la cura del bambino

questa è una tentata soluzione frequentemente messa in atto da chi soffre di depressione post partum sia come conseguenza di una sensazione di disinteresse e distacco verso il bambino, sia come soluzione per calmare l’ansia e il senso di inadeguatezza legato al timore di non essere in grado di prendersi cura in maniera adeguata del piccolo.

In entrambi i casi si tende a delegare a persone di famiglia, il papà, i nonni o una tata sia compiti più occasionali ( una passeggiata, il bagnetto, un momento di gioco) sia, quando il disturbo è più forte, anche i compiti principali, quelli legati alla sopravvivenza del bimbo ( mangiare, dormire, cambiare il pannolino). La delega porta un istantanea sensazione di sollievo dal carico di ansia e preoccupazione, ma, ben lungi dall’essere un aiuto o una soluzione per questo problema, ogni volta che la mamma delega sta dicendo a se stessa di non essere capace o interessata e , questo nel tempo, non farà altro che acuire il suo sentimento di inadeguatezza e timore.

Rinunciano

questa è la tentata soluzione più comune di chi soffre di stati depressivi in generale, poiché sento di non farcela ad affrontare la vita sia perché mi spaventa , sia perché mi conferma la mia incapacità, inizia a rinunciare ad alcune parti di essa, iniziando spesso da quelle piacevoli ( un’uscita, uno svago, le relazioni con le amiche…) fino ad arrivare anche a quelle più quotidiane ( lavorare, alzarsi, mangiare, lavarsi…ecc…).

Si rinuncia per senso di sopraffazione e stanchezza ma, anche in questo caso, la soluzione non funziona poiché la rinuncia non porta ad un recupero delle forze bensì ad aumentare la sensazione di debolezza e disfacimento. Più rinuncio a vivere più mi sento inadeguato e incapace, questo aumenta la mia tristezza e il senso di fallimento e mi porta a rinunciare ulteriormente.

Nel caso della mamma in stato di depressione post partum la rinuncia può riguardare sia il suo ruolo di neo mamma con il bimbo ( in modo simile alla delega di cui prima abbiamo parlato ma ancora più definito e continuato nel tempo), sia azione inerenti la cura di sé (lavarsi, pettinarsi , truccarsi, andare dal parrucchiere), le relazioni sociali, gli svaghi o la ripresa del lavoro.

Confronto con altre mamme

anche questa è una tentata soluzione molto insidiosa, soprattutto in chi diventa mamma per la prima volta. A volte per cercare di sedare quelle sensazioni di confusione, ansia e angoscia rispetto al nuovo ruolo di madre di possono cercare riferimenti e informazioni confrontandosi con le altre mamme che conosciamo o leggendo sui vari forum su internet cosa le altre fanno. In realtà, confrontarsi non è di per sé un’azione negativa, se fatta con consapevolezza e, soprattutto, se quello che cerco sono informazioni e non rassicurazioni.

Ricevere un consiglio su un argomento tecnico ( allattamento, come pulire bene i biberon, piuttosto che su alcune marche di pannolini, o sul nome di un valido pediatra…) può essere molto utile per chi non ha esperienza. Il problema è quando il confronto è mirato a rassicurare l’ansia e l’angoscia di non essere una buona madre: guardare eccessivamente a quello che fanno le altre mamme molto spesso non fa altro che farci sentire perdenti e aumentare il nostro disagio, voler trovare nel confronto con gli altri le proprie certezze è una soluzione poco funzionante poiché non mi mette davvero in contatto con me stessa, non mi fa crescere in autostima, mi rende schiava del giudizio esterno.

Aiuto da familiari

sono quelle azioni che i familiari, o le persone più vicine alla mamma, mettono in atto per cercare di aiutarla. Ovviamente lo fanno per amore, mossi dalle migliori intenzioni, ma anche in questo caso, se queste azioni non risolvono il problema allora andranno a peggiorarlo e , invece di aiutare, si rischi di divenire complici del problema stesso, è necessario , dunque, fare molto attenzione agli effetti di ciò che si fa.

Rimproverare per scuotere: avere accanto una persona depressa non è affatto facile e può venire spontaneo utilizzare anche un rimprovero per cercare di scuotere la persona che amiamo dal quel “torpore” dove sembra che nulla la interessi. Questa strategia,solitamente, non riscuote molto successo . Si creano forti tensioni e si rischia solo di aumentare nella mamma la sensazione che nessuno la capisca. Parlare con la “razionalità” a chi soffre di un disturbo che nulla ha a che fare con la ragione è davvero come voler piantare un chiodo con un cacciavite, non è lo strumento adeguato. Meglio limitarsi ad accogliere le lacrime e gli sfoghi della mamma senza dire nulla, con affetto , ricordandole che le soluzioni ci sono e che voi sarete lì per sostenerla ma sarà lei a dover fare quanto necessario per iniziare a stare meglio ( prima cosa ovviamente è quella di rivolgersi ad uno psicologo esperto in materia).

Fare paragoni con altre mamme

è una tentata soluzione per certi versi simile alla precedente, quella di fare confronti con altre mamme “ma come…tu stai male? E che dovrebbe dire allora….x…..che il bambino ha anche un problema? “ oppure “ quando ho partorito io……” oppure “ guarda la tua vicina com’è forte …così bisogna essere…” e frasi del genere.

Qui il principio è che veramente si rischia, anche se con l’intenzione di scuotere, di dare un colpo netto alla fiducia della mamma in se stessa già fortemente messa alla prova. Se volete usare esempi per aiutarla o raccontate di storie simili a quella che lei sta vivendo che poi si sono risolte “ ti ricordi tua cugina?….anche lei ha avuto mesi difficili e poi piano piano è tornato tutto alla normalità….” In modo da aiutare la mamma a sentire di non essere l’unica né quella “strana”, oppure ricordate alla mamma altri momenti difficili che ha vissuto in passato e che ha superato ( “coraggio…ti ricordi quanto hai sofferto quando…..se ce l’hai fatta allora puoi farcela anche ora”), ricordatele che poter vivere una depressione post partum è normale ( nel senso che non è indice di debolezza o stranezza) e che si può risolvere a patto che non la si trascuri e ci si faccia aiutare.

Delegare la cura del bambino

Sostituirsi nella cura del bambino: accettare la delega che una mamma con depressione post partum cerca di fare è la tentata soluzione più pericolosa per i parenti più vicini. Pur di aiutare la mamma, farla riposare e darle pace, spesso si può anche accettare di accudire il bambino più del dovuto ma questa soluzione, se protratta nel tempo, è davvero quella più deleteria.

Familiari e parenti devono essere d’aiuto alla mamma sostituendola in tutti i compiti di casa ad esempio ( cucinare, pulire, stirare, fare la spesa…) in modo che possa riposare e dedicare tutte le sue forze solo alla cura del piccolo. Prendere su di sé, invece, anche il compito dell’accudimento del neonato( se non per qualche eccezione sporadica che può normalmente accadere) interrompe la creazione della relazione madre-bambino che, in molti casi, è invece, seppur con fatica, proprio l’unica motivazione che spinge la madre a combattere il suo stato depressivo.

Ovviamente qualora la situazione depressiva sia così grave che la madre eviti completamente di occuparsi del bambino ( non gli dà da mangiare, lo lascia piangere a lungo nella culla, non lo cambia….ecc…) è necessario che qualcuno intervenga e si faccia carico dell’accudimento del piccolo. In tutti gli altri casi meno gravi è importante che la mamma faccia la” fatica” di occuparsi del piccolo, magari con una compagnia se necessario, ma senza che sia mai sollevata dal suo ruolo di madre.

Come uscire dalla depressione post partum

Il rimedio principale per gestire e curare la depressione post partum è la psicoterapia. Un percorso mirato con uno psicologo esperto in materia, messo in atto il prima possibile. Più è tempestivo l’intervento, ai primi sintomi, più è efficace e breve l’intervento terapeutico.
I farmaci possono essere in alcuni casi di sostegno alla terapia, nei casi più gravi sono necessari ma nella maggior parte delle situazioni si può tranquillamente farne a meno, a patto che si attivi un percorso di psicoterapia efficace il più presto possibile.
E’ molto importante comprendere che consultare uno psicologo è davvero un’azione saggia e normale, sia da parte della mamma, sia da parte del marito o di altri parenti preoccupati.

A volte una consulenza può anche andare a sconfermare l’ipotesi di depressione post partum e inquadrare la situazione, invece, in un quadro di normalità della vita di una neo mamma. Questa valutazione però, può farla solo un esperto. Dalla consulenza poi, se necessario, si passa ad un percorso di psicoterapia.
Nel caso della Terapia Breve Strategica il primo intervento sarà quello di individuare le tentate soluzioni che mamma e il sistema familiare intorno a lei mettono in atto e andare a smontarle una ad una con procedure specifiche.
Una volta che è stato interrotto l’equilibrio patogeno sarà necessario accompagnare la mamma per un periodo nel recuperare un nuovo equilibrio prima di tutto con se stessa e poi nella relazione con il bambino.

Psicoterapia Roma depressione post parto Testimonianza

Nicoletta, nome di fantasia che utilizzerò per preservare la privacy della paziente. è una giovane mamma di 30 anni, ha partorito il suo primo bimbo 6 mesi fa, mi chiama per chiedere un appuntamento poiché è molto preoccupata per se stessa e per quello che le sta succedendo.

Si presenta al mio studio visibilmente stanca, senza dubbio una mamma che dorme poco ma non solo questo. Mi racconta, infatti, di sentire che in lei sta accadendo qualcosa che va oltre la stanchezza derivata dalla deprivazione di sonno legata ai frequenti risvegli notturni del bimbo, e che la cosa la spaventa.
Si sente spesso irritata, facile al pianto e agli attacchi di rabbia immotivati, ha la sensazione di aver perso “piacere” per le cose intorno a lei e si sente sopraffatta dai timori in merito all’accudimento del piccolo specialmente a fronte del fatto che tra un paio di mesi dovrà tornare al lavoro ed inserirlo al nido.
Inoltre accusa una forte fatica a dormire: nonostante l’estrema stanchezza, infatti, una volta terminata la poppata e addormentato il piccolino, non riesce a riprendere sonno pur sapendo quanto quel tempo di riposo è prezioso , ed innervosendosi ancora di più per questo.

Durante il giorno si sente così “precaria” a livello di stabilità che teme di non essere in grado di badare come si deve a suo figlio , inizia ad avere paura di poterlo dimenticare in macchina o al supermercato e così evita di uscire con la conseguenza che questo “ritiro” forzato in casa le aumenta rabbia e tristezza.
Il marito è presente e premuroso ma , lavorando, è fuori fino al tardo pomeriggio e lei è quasi sempre sola, anche perché è sempre stata abituata a non chiedere aiuto alle famiglie d’origine .

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Mentre mi racconta queste cose Nicoletta trema, ha quasi paura di dire quello che prova, timore, come mi rivela dopo, di essere etichettata coma una “cattiva madre” per via delle difficoltà che sta avendo, per il fatto che a volte sente solo il peso di questa nuova condizione e non la bellezza, che pur vive e riconosce.
Mi chiede di essere aiutata a superare questo periodo, a recuperare un senso di normalità, a gestire queste strane sensazioni che non conosce e le fanno temere di perdere il controllo su se stessa, di impazzire e poter fare male al suo bambino.

Buona parte del nostro primo incontro è dedicato proprio ad ascoltarla, a farla sfogare, capisco che è la prima volta che parla così liberamente di quello che sta vivendo senza sentirsi giudicata, in questi casi accogliere è già una prima fondamentale parte della terapia.
Poi passiamo ad analizzare le sue tentate soluzioni, ovvero tutto ciò che sta facendo per cercare di risolvere il problema che, invece, non funzionando, lo aggrava come il tenere tutto per sé, il cercare di controllare le sensazioni , di contenere il pianto e la rabbia, di evitare di uscire di casa per paura, di evitare di chiedere aiuto ai suoi familiari nella gestione delle incombenze domestiche.

Tutte queste azioni, fatte istintivamente pensando di aiutarsi , in realtà non fanno altro che aggravare il problema. E’ importante perciò intervenire aggiustando la strategia e dandole strumenti sostitutivi con cui poter gestire i momenti di difficoltà. Già in prima seduta le viene insegnato uno strumento da utilizzare nei momenti di rabbia e pianto sfrenati, uno strumento per la paura di poter impazzire e far male al bimbo e si rivede insieme il valore e l’importanza della richiesta d’aiuto che, se in momenti normali potrebbe sembrare pigrizia e fragilità, in questo momento, al contrario, è segno di forza e grande intelligenza.

Inoltre, nei casi di disagio post parto è molto importante aiutare la mamma a comprendere la normalità di alcune sensazioni che vive, della stanchezza che il suo corpo sta accumulando, del grande sforzo a cui si è sottoposta con la gravidanza prima e il parto poi, insegnarle che è ancora in una fase in cui non può pretendere un completo recupero dell’equilibrio precedente, che questo arriverà senza dubbio se lei accoglierà le proprie debolezze come parte del processo senza spaventarsi troppo.

Molto spesso, infatti, inquadrare una serie di esperienze come “normali” per chi ha partorito da poco permette alla mamma di sentirsi meno sola e meno “strana” abbassando tutta una serie di ansie che derivano dalla percezione che tutto ciò capiti solo a lei.
Ovviamente le dico che è importante che si faccia seguire per un po’ da me perché è proprio la solitudine, nel suo caso, parte fondante su cui si è costruito il problema.

Quando Nicoletta ritorna all’incontro successivo si sente già un po’ meglio. Già solo aver rotto l’isolamento chiedendo l’aiuto della suocera per alcuni lavori in casa l’ha fatta sentire meno sola e non si è sentita giudicata, come invece temeva. Ha provato a gestire le emozioni con le tecniche che le ho suggerito e confessa di sentirsi un po’ meno “sulle montagne russe” emozionali…gli alti e bassi ci sono sempre ma sapere come affrontarli fa sì che durino meno e che lei si senta un po’ più protagonista e non vittima di questo processo.

tempi di guarigione

Si prosegue in questa direzione per alcuni incontri, coinvolgendo anche il marito in uno di essi per aiutarlo a comprendere meglio quanto vissuto dalla moglie, riscontrando, ogni volta, una nuova quota di miglioramento e benessere recuperato.
Dopo 6 incontri Nicoletta dichiara di sentirsi davvero meglio, le suggerisco però ancora qualche incontro a maggiore distanza di tempo per verificare che i cambiamenti avvenuti siano stabili e duraturi , e così accade.

dottoressa CLAUDIA DE MASIPSICOLOGA ROMA

Se pensate di soffrire di depressione post partum o di problematiche simili trattate in questo articolo potete contattarmi in studio al 3772795735