Imparare come gestire i conflitti con i propri figli è una richiesta che arriva molto frequentemente da padri e madri di figli piccoli, adolescenti o anche adulti.

Per ogni fascia di età i problemi da gestire sono differenti, mentre è identica la sensazione di disarmo, di inefficacia e di impotenza che hanno i genitori sentendo di non avere le “armi” giuste per affrontare situazioni più o meno complesse che sfuggono al loro controllo e che non mostrano miglioramenti nonostante gli sforzi messi in atto.

Quali sono le problematiche che riscontrano più difficoltà da parte dei genitori?

Conflitto genitori Bambini (6/11 anni)

  • Capricci
  • Problemi nel mangiare
  • Problemi di sonno
  • Paure, ansie, panico
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Aggressività
  • Problemi scolastici ( di studio, di socializzazione)
  • Difficoltà nel distacco con la madre e i familiari
  • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici

Preadolescenti e adolescenti (12/18 anni)

  • Rabbia e aggressività esagerate
  • Problemi scolastici
  • Paure, ansia, panico
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Approccio alla relazione con l’altro sesso e alla sessualità
  • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici
  • Anoressia giovanile
  • Bugie, ribellione, comportamenti violenti o autolesionistici
  • Dipendenze
  • Isolamento e chiusura

Giovani (19/25 anni)

  • Problemi di studio
  • Paure, ansia, panico
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici
  • Dipendenze
  • Autolesionismo
  • Comportamenti violenti o antisociali
  • Dipendenze affettive
  • Conflittualità persistente verso i genitori
  • Problemi di lavoro

Conflitto Genitori figli adulti

  • Incapacità di staccarsi dalla famiglia
  • Non trovare lavoro
  • Problemi di studio
  • Paure, ansia, panico
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici
  • Dipendenze
  • Conflittualità permanente nei confronti dei genitori
  • Problemi relazionali

Terapia Psicologica

Bambini (6/11 anni): in questa fascia di età i genitori hanno un ruolo fondamentale sia educativo che normativo, allo stesso tempo, però, il bambino inizia a confrontarsi con il mondo scolastico organizzato (molto più regolato che alla scuola materna) e con il concetto di performance ( compiti in classe e interrogazioni). Il bambino deve trovare un nuovo equilibrio tra il gioco, lo studio, la socializzazione e la vita familiare e può accadere che qualche meccanismo si “intoppi”.
Al di là che il problema sia l’espressione di rabbia esagerata, una forte paura, un conflitto in ambiente scolastico, la timidezza, la chiusura….ecc…nella terapia strategica si tende, almeno in una prima fase a lavorare esclusivamente con i genitori evitando al bambino l’esperienza della terapia se non strettamente necessaria.
Questo sulla base del presupposto sistemico secondo il quale il cambiamento di un elemento del sistema crea una modificazione in tutti gli altri elementi del sistema stesso.

Aiutando i genitori ad affrontare il problema con strategie e soluzioni diverse rispetto a quelle che hanno già tentato di mettere in atto, e che non hanno funzionato, molto spesso il bambino modifica la propria reazione e percezione della situazione problematica e questo crea uno sblocco.
Si tende a privilegiare la “terapia indiretta” (ovvero una terapia svolta solo con i genitori e senza il bambino) almeno fino ai 9/10 anni del bambino per evitare di “medicalizzare” il bambino stesso, di farlo sentire “diverso “ “malato” o “sbagliato” perché va a parlare con uno psicologo.
In alcuni casi, invece, dopo una prima fase di lavoro con i genitori , si potrà valutare se ci sono le condizioni per far partecipare positivamente anche il bambino, questo dipende dal problema, dall’età del bambino, dalla situazione famigliare…ecc…

CONFLITTO-GENITORI-FIGLI

Preadolescenti e adolescenti : in questa fase i genitori si trovano ancora in un ruolo “forte” in cui hanno la piena responsabilità sia legale che educativa dei loro figli, ma iniziano a fare i conti con la loro “ribellione”, fase naturale della crescita in cui vengono messi in discussione dai ragazzi tutti gli insegnamenti dati in famiglia poiché si sente una forte apertura verso l’esterno e la pressione sociale del gruppo dei pari assume un’importanza assoluta nella definizione di se stesso.
I genitori possono trovarsi ad avere difficoltà a seguire i figli in questo processo di cambiamento (“non li riconosco più” è una frase tipica dei genitori di figli adolescenti) e a risolvere le conflittualità che molto spesso emergono in questi anni.
In questa fascia d’età, all’interno di una richiesta terapeutica, va fatta una prima distinzione in merito alla problematica in questione. Se si stratta di un problema relazionale e conflittuale tra i genitori e il figlio/a, allora si può procedere anche con una terapia indiretta andando a modificare la comunicazione e le strategie messe in atto dai genitori. Se il problema, invece, è personale ( attacchi di panico, doc, autolesionismo, anoressia ecc…) sarà importate e necessario coinvolgere anche il diretto interessato all’interno della terapia. Ovviamente, a seconda della situazione e del livello di collaborazione del ragazzo/a si agirà magari in una prima fase solo con i genitori per predisporre le basi della terapia affinchè venga percepita come una possibilità utile e con la massima serenità.

Giovani : durante questa fase i figli iniziano ad avere con i genitori un legame molto più elastico. Termina la responsabilità legale che i genitori hanno, per quanto questo non modifichi la “responsabilità” percepita del genitore stesso e l’affettività nei confronti dei figli e delle scelte che iniziano a compiere. E’ una fase molto particolare poiché, molto spesso, ad una pretesa di autonomia da parte dei figli non corrisponde però, una reale autonomia, soprattutto economica, cosa che porta i genitori ad avere ancora un ruolo preminente e “forte” che viene percepito dai figli come “invasivo”.
E’ facile che si creino conflitti, anche di grande portata.
Anche in questa fascia d’età, se il problema è relazionale, si può impostare una terapia indiretta per operare cambiamenti nella strategia e nella comunicazione. Se, poi, il figlio è collaborativo, ovviamente può partecipare e trasformare la terapia indiretta in una terapia familiare.
Se, invece, la preoccupazione dei genitori attiene ad un problema personale del figlio/a che, però, non riconosce di avere il problema o non desidera richiedere aiuto ad uno specialista, si può operare con la terapia indiretta al fine di poter modificare alcuni equilibri del sistema che possano indurre il ragazzo/a a modificare la propria percezione rispetto al proprio problema e alla possibilità di chiedere un aiuto terapeutico.

Adulti : quando i figli diventano adulti a tutti gli effetti e iniziano a fare delle scelte che li portano ad avere una propria autonomia economica e a vivere fuori dalla casa d’origine, il ruolo dei genitori, necessariamente, si modifica e per poter mantenere una relazione efficace, funzionale e duratura nel tempo deve spostarsi da “one up” ovvero da una posizione di superiorità ad una di pari ruolo, che permetta di riconoscere al figlio la propria dignità di adulto.
In questa fase di vita è il figlio ormai adulto che deve chiedere un sostegno direttamente di fronte a qualche problematica, o può chiederlo la famiglia nella sua interezza.
I genitori possono essere aiutati e sostenuti a rivedere il proprio ruolo (che cambia nuovamente qualora si diventi anche nonni), a modificare le proprie strategie e la propria comunicazione in modo da imparare a gestire ed appianare i conflitti, a rivedere eventuali rigidità nelle proprie aspettative, ad elaborare il lutto di un figlio che va via di casa, a ricreare una nuova dinamica nella coppia che si ritrova dopo la crescita dei figli.

Testimonianze

Mi chiama N. donna molto dinamica e attiva , ancora giovane , che chiede aiuto per migliorare la relazione con la figlia di 22 anni che, dopo un periodo di forti conflitti, è andata a vivere dalla nonna e le due non si parlano da mesi.
Durante il primo incontro N. mi spiega meglio la situazione: separata da molti anni dal padre della figlia, ora lei ha un nuovo compagno. Madre molto presente e molto attenta, fa fatica a comprendere perché da circa tre anni a questa parte, ovvero da quando la figlia ha terminato le superiori, hanno iniziato ad avere litigi molto pesanti, discussioni continue, incomprensioni su ogni argomento tanto che la figlia ha iniziato ad andare sempre più spesso a casa della nonna fino a trasferirsi lì completamente.

Il lavoro svolto durante le prime sedute, in questo caso, si è concentrato, dopo una fase di analisi della situazione, sulle tentate soluzioni messe in atto da N. nei confronti della figlia, ovvero tutte quelle azioni (soprattutto di tipo comunicativo) che N. aveva ormai preso l’abitudine di mettere in atto al fine di “stimolare” la figlia verso ciò che riteneva essere il meglio per lei.

Una modalità che aveva avuto successo negli anni dell’adolescenza ma alla quale ora, la figlia, si ribellava pienamente.

In questo modo N. ha potuto accorgersi come alcune sue modalità ( rimproveri, battutine, pungolazioni…) che lei riteneva di fare per il “bene” della figlia, pur con le migliori intenzioni avevano creato nel tempo, nella ragazza, la sensazione di essere continuamente sotto rimprovero cosa che, ora che iniziava a camminare con le sue gambe e a fare scelte in maniera autonoma, non riusciva più a tollerare.
N. da parte sua, aveva difficoltà a mostrare i suoi sentimenti in altro modo che non fosse “pragmatico” ovvero un intervento diretto, però era davvero ben disposta a mettersi in gioco per recuperare il rapporto con la figlia e ha colto, seppur con difficoltà, l’occasione di crisi per trasformarla in un cambiamento.

Abbiamo allora concentrato il lavoro sul modificare la sua comunicazione. Passare dall’intervento al silenzio, dai commenti alle domande di chiarimento, dalle pungolazioni ai consigli disinteressati.
E, soprattutto, N. ha imparato a lasciare alla figlia il proprio spazio, a lanciarle una comunicazione fondamentale “posso non essere d’accordo con alcune cose che FAI, ma mi fido di te e di come SEI e so che agirai per il meglio”.
Il cambiamento, in questo caso è stato davvero immediato.

Il nuovo modo di porsi di N. ha trovato subito una buona risposta della figlia che, all’inizio un po’ spiazzata, non capiva come la madre potesse essere così cambiata.
Vedendo però i cambiamenti perdurare nel tempo si è aperta nuovamente verso di lei per mettere le basi di un nuovo rapporto un po’ più alla pari, fra adulti, con alti e bassi e con le normali discussioni, alternate però da momenti di nuova complicità e affetto ritrovato.